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Le recensioni di Bruno Elpis

Zia Antonia sapeva di menta di Andrea Vitali (Qlibri)

“Da che se la ricordava, la zia aveva sempre avuto intorno a sé quell’orbitale profumato, frutto di chili e chili di caramelle e mentini succhiati nell’arco di una vita intera”.
Se, dunque, nella camera d’ospizio di zia Antonia, la madre superiora, suor Speranza, e il mite nipote Ernesto avvertono uno sgradevole odore d’aglio, qualcosa di strano deve essere successo!
Tanto più che la dolce ottuagenaria, l’Antonia del titolo, si trincera dietro a una caparbia volontà di rifiutare il cibo.
Nella costante alternanza tra l’aromatico profumo della menta e il nauseante odore dell’aglio, indagano sullo strano caso, con il principale intento di sottrarre l’anziana zia a una morte per inedia, suor Speranza, il fedele nipote Ernesto Cervicati, che per la zia ha sempre avuto grandi attenzioni e profondo rispetto, e il medico – immancabile nei romanzi di Votali - il dottor Aloisio Fastelli.
La pista dell’odore d’aglio conduce a due personaggi a dir poco sospetti ... http://www.qlibri.it/narrativa-italiana/romanzi/zia-antonia-sapeva-di-menta/

Il procuratore di Andrea Vitali (Malgradopoi)

Recensione di Bruno Elpis apparsa su Malgradopoi"Il procuratore”, uno dei primi romanzi di Andrea Vitali, si presenta così: copertina in bianco e nero, che raffigura il battello della “Navigazione Lariana”.

Nel romanzo, la scena iniziale vede l’arrivo sulla sponda di Bellano dell’Alessandro Volta, “il battello a elica più grande del lago, che attracca”. E’ il 1° novembre 1938. Sbarca un forestiero e al “Caffè dell’imbarcadero” incontra Deilde, una giovane donna che gli ricorda qualcuno.

In realtà il forestiero è Marco Perini, originario di Bellano, professione procuratore. No, non è una avvocato. Svolge un’attività di intermediazione del tutto particolare: procura donne alle case di tolleranza.

Attraverso il ricordo (Deilda ha gli stessi occhi di Zita, la prima prostituta che il procuratore ha incontrato) la narrazione torna al 1911: “Marco Perini non aveva ancora un lavoro. Era solo un droghiere predestinato …” In realtà, già da ragazzo, Marco ne combina di cotte e di crude. Poi, per un equivoco, viene creduto morto “per la patria in terra di Libia” e di questa notizia approfittano sia i genitori, che per vergogna desiderano nascondere il turpe commercio praticato dal figlio, sia il procuratore in persona, che intende proseguire indisturbato le sue fiorenti attività commerciali ... Il procuratore di Andrea Vitali, recensione su Malgradopoi

Presentazione di "Giallo ciliegia" di Gabriella Genisi a Milano

Presentazione a Milano presso la libreria Centofiori7 febbraio 2012: non avevo mai visto, a Milano, la darsena completamente ghiacciata!

Ore 18.15: il sessantuno – l’autobus che collega San Babila a Dateo – sferraglia per le vie ipnotizzate del centro ghiacciato.

Ore 18.30: Gabriella Genisi presenta Giallo ciliegiapresso la libreria Centofiori. “Giallo ciliegia” è il secondo romanzo del commissario Lolita Lobosco.

Sono davvero curioso di incontrarla, perché io, Gabriella, l’ho anche intervistata. Ed è stata proprio una bella intervista! Prendo posto in ultima fila nello spazio della libreria riservato alla presentazione e Gabriella arriva subito. Saluta alcuni amici che già conosce e raggiunge il tavolo. Conduce le danze della presentazione la brava giornalista Raffaella Calandra (di Radio 24), che – si capisce subito dall’entusiasmo con il quale propone le domande – ha gustato la lettura di “Giallo Ciliegia”. E del precedente “La circonferenza delle arance”.

L’attacco della conversazione è tutto sulla scelta del nome operata da Gabriella per il suo personaggio: Lolita è, in sé, una chiara proclamazione d’intenti. Perché il nome evoca immediatamente l’omonimo romanzo-scandalo di Nabokov e la trasposizione cinematografica di Stanley Kubrick. O gli occhiali modello “Lolita” di Moschino.

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Blackout di Gianluca Morozzi (Malgradopoi)

Gianluca MorozziIl successo di un romanzo probabilmente sta nel potere che esso possiede di rappresentare qualcosa di ampiamente diffuso e condiviso dai lettori. Questo ‘potere’ può essere costituito dalla notorietà dello scrittore, ma può anche essere la capacità di “mettere nero su bianco” qualcosa che appartiene a molti, a tanti: un sentimento, una paura, una speranza. Gianluca Morozzi, in Blackout, a parer mio trasfonde almeno tre elementi condivisi dal ‘sentire comune’.

Una grande e diffusa paura, innanzitutto: quella per lo spazio chiuso, la claustrofobia, in tutte le sue sfumature, compreso il timore che fuori dall’opprimente spazio angusto di una prigione si stia svolgendo una catastrofe ben peggiore. Queste accezioni della fobia vengono ben analizzate nel corso dei convulsi capitoli che narrano di tre persone – Aldo Ferro, Tomas e Claudia - intrappolate in un ascensore, in un orrendo edificio di venti piani, nella Bologna desertificata dal ferragosto. Tre individui in una cabina d’acciaio, in fondo, sono come tre lucertole catturate e rinchiuse in un barattolo di vetro, come avviene nei giochi sadici di alcuni bambini (“… quando chiudeva le lucertole nel vasetto della maionese e poi si divertiva a metterlo nel congelatore, a lanciarlo in aria, ad appoggiarlo sulla lavatrice, sperando che le lucertole impazzissero per il rumore e le vibrazioni.”)

In secondo luogo tutti i lettori si identificano sicuramente nel sentimento di odio puro che è giocoforza provare nei confronti di uno dei tre personaggi, ostaggio del blackout: Aldo Ferro, un serial killer che si renderà responsabile di innescare il clima horror che monta nel corso delle dieci ore di prigionia nell’elevatore ... Leggi la recensione di Blackout di Gianluca Morozzi su malgradopoi.it