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Le recensioni di Bruno Elpis

La seconda mezzanotte di Antonio Scurati (i-libri)

la seconda mezzanotte“La seconda mezzanotte” di Antonio Scurati è un fantasy difficilmente collocabile nelle declinazioni che il genere conosce.
Per commentarlo, decido allora di affrontare il romanzo dal fondo: dai ringraziamenti, nei quali l’autore afferma di aver avuto come modello “le distopie”. Le distopie, quali rappresentazione di una società fittizia e prospettica nella quale le tendenze sociali sono portate a estremi apocalittici (una per tutte: 1984 di George Orwell), si contrappongono alle utopie e ne sono la negazione. E vediamo allora come Scurati dipinge la sua distopia dell’anno 2092.

La vicenda

Il mondo è stato travolto da uno tsunami senza precedenti: “Ricorda la grande onda. Esattamente vent’anni prima … La città sorta dagli acquitrini preistorici, accettando lo sposalizio col mare.”

Venezia è una colonia dei cinesi, che hanno invaso il mondo. In particolare, i colonizzatori – nella loro strategia imperialista – hanno trasformato la città in una specie di casinò a cielo aperto. Nell’occasione del Carnevale, a Nova Venezia si organizzano scontri cruenti tra gladiatori e tra animali. I tori vengono liberati per le strade in una corrida reale, tra massacri, orge, ubriacature. La città è una specie di circo ove riecheggia il ruggito di belve sbarcate per dare spettacolo: “Le carcasse dei predatori delle foreste – orsi, lupi, faine – giacciono accanto ai cadaveri degli erbivori ai quali qualche attimo prima ancora stavano straziando le carni.” 
Le scene, a volte, sono di rara crudeltà: “… una leonessa sbudellata, sebbene già riversa nel proprio sangue, si ostina ad addentare il femore di un asino.
In questo anfiteatro urbano, si muovono il Maestro e i suoi gladiatori, protagonisti tragici di un dramma surreale e allucinato.
Ancorché la distopia di Scurati si concretizzi anche lungo la dimensione socio-politica, in questo commento cercherò di mostrarne le valenze ecologiche e urbanistiche.

Il clima e l’ambiente: la distopia ecologica

E’ un vero incubo: “… guarda le tempeste termiche avanzare sulla città al di sopra delle dighe che separano le acque interne da quelle esterne. Provengono dalle paludi morte. Il loro cielo è giallo, rognoso.”
tartarugaMalattia e morte, colori da inquinamento irreversibile.
Per assonanza, si pensi a come Thomas Mann ha rappresentato la sua “Morte a Venezia”.
Peraltro, si tratta di un’involuzione non difficile da immaginare: “L’intera area mediterranea presto sarà africanizzata. … L’Africa … è ormai un continente morto.”
Come dicevo, la distopia non fa altro che portare alle estreme conseguenze una tendenza in atto. Immaginandone anche le fasi successive. Le scene sono da apocalisse anticipata: “ … i bracci delle gru sospesi a mezz’aria sugli scheletri dei grattacieli raggelati dallo scoppio della bolla edilizia o della bolla climatica …”
Ma noi queste fotografie, in fondo, quante volte le abbiamo già viste?
A volte, le immagini sono ottenute ibridando mitologia e fantascienza. Magari capovolgendone sintassi e struttura: “… distese sconfinate di melma verde dove si risucchia l’ossigeno dalle acque costiere … l’agonia di milioni d’insetti bruciati da molecole complesse che distruggono il loro sistema nervoso centrale e di lì, fluendo nei canali di scolo, appestano le risorse idriche della falda terrestre …”
Altre volte manca l’aria e l’autore raggiunge il suo obiettivo, che credo sia: spaventare, per far reagire: “… il destino mondiale dei pesci, le creature boccheggianti degli abissi e quelle delle secche, quasi percependo il rantolo salire dall’esofago delle tartarughe marine ingolfato da sacchetti di plastica scambiati per meduse fosforescenti.”

Venezia, la distopia urbanistica

VeneziaLa negazione di Venezia come città d’arte rappresenta, per chi – come me - ama la città più bella del mondo, perché magari lì ha lasciato ricordi e sogni, un autentico choc: “… L’effluvio mefitico delle velme, delle barene infinite, dei fitteti di canne, dei fondali composti solo di limi e di argille … l’anossia delle ore notturne, il deserto di torbide dove la biomassa secerne soltanto sostanze tossiche … i molluschi bivalvi, la sua unica vita.” Ma adesso siamo noi che annaspiamo nell’anossia!
Chi conosce la città per l’impareggiabile atmosfera lagunare, dolce e decadente al tempo stesso, ravvisa nelle descrizioni di Scurati una sapiente variazione di tema: “Il bacino di San Marco … brilla di riflessi aranciati a causa dei quintali di sostanze fosforose, anticrittogamici e fungicidi … Dall’onda sale un aroma di malva sintetica.”
Per non parlare delle tinte, degne della transavanguardia figurativa più provocatoria: “Il rosso tubercolotico, il colore del marmo corroso dall’acidità dell’aria,il colore di tutte le chiese di Nova Venezia.
A un certo punto ho mentalmente esclamato: “Giù le mani da Venezia!” Poi ho aggiunto: “E dal cielo. E dalle stelle.” Stavo leggendo: “Grazie a un sistema di proiettori, il Superdome di San Marco gode così di un’eterna bella giornata nelle ore diurne e di un cielo invariabilmente stellato in quelle notturne. Grazie all’impianto di climatizzazione, gode poi di un’altrettanto eterna falsa primavera.”
E se davvero Venezia fosse la Berlino del terzo millenio? Così la immagina Scurati, rappresentando il simbolo di ogni frattura: il Muro. “Non ci sono garrite, sentinelle, codici cifrati d’accesso o dispositivi di videosorveglianza. E’ invalicabile ma sguarnito … Non deve difendere dagli assalti esterni, a quello ci pensa la laguna divenuta palude. E’ solo un guscio che nutre la vita dall’interno. Stando alla versione ufficiale, dall’altro lato non c’è nulla di vivo. Soltanto zanzare.” Così ha temuto …

… Bruno Elpis

http://www.i-libri.com/la-seconda-mezzanotte-di-antonio-scurati.html